Grande cultura, quella ladina, che si incunea tra le cinque vallate
della Val Gardena, Badia, Fassa, Livinallongo e del cadorino
raggruppando 30.000 persone. Grande cultura se si tiene presente che è
riuscita a sopravvivere nonostante sia sempre più stritolata tra il
ceppo italiano e quello germanico; nonostante la storia, tra cui si
insinuano due guerre mondiali, l’abbia sempre vista sconfitta;
nonostante Austria, Germania e Italia abbiano cercato in tutti i modi
di scarnificare il tessuto culturale per utilizzarlo come cuscinetto
che oliasse le frizioni tra le etnie principali: quella tedesca del
Tirolo a nord e quella italiana del Trentino a sud. Una cultura, quella
ladina, che si è mantenuta viva grazie ad una lingua, trasformazione
del latino volgare, portato da Tiberio nel 15 a.C. che, mischiandosi
con la parlata dei Reti, ha preso corpo tra l’VIII e il IX secolo d.C.
apparentandosi con l’occitano e il catalano. «Lingua ladina, dunque,
non dialetto alpino» scrisse il regista Pierpaolo Pasolini, ladino
friulano anch’egli. «Essendo ladino ci tengo a parlare ladino, anche se
le mie radici sono inserite in un contesto che mi impone di parlare
altre lingue che imparo comunque volentieri» dice Leander Moroder,
direttore dell’Istituto Ladino di San Martino di Badia interpretando il
pensiero aperto e accogliente della maggioranza dei ladini. Ma la
sopravvivenza della ladinità, si esplica anche attraverso un secondo
elemento fondamentale: la religione. Fu il sacerdote badiota Micurà de
Ru ad elaborare la prima grammatica ladina. E la religiosità cattolica
ladina, da sempre cemento di coesione tra le diverse vallate, si è
sempre contraddistinta per un forte senso comunitario tipico delle
vallate montane.
«La
tradizione religiosa accomuna i ladini di tutte le cinque valli e non è
un caso che per separare il nostro popolo, si è pensato di dividere le
cinque vallate tra le diocesi di Bressanone, Trento e Belluno» afferma
Hilda Pizzinini, figura storica per tutto il popolo ladino e, fino al
2004, Presidente dell’Union Generale Ladins. Le feste cristiane
diventano così eventi di comunione e di incontro tra le popolazioni, ma
sprizzano anche di influssi germanici, più che italiani. La festa di
San Nicola, la predilezione per i santi e gli ordini monastici nordici
si riconducono ad uno stretto legame tra le popolazioni ladine e quelle
tirolesi; legame non sempre pacifico e rispettoso. Se nel XII secolo il
ladino era parlato in quasi tutto l’arco alpino centro orientale, nel
XVII secolo, con la germanizzazione dell’Alta Val Venosta, la lingua e
le tradizioni ladine vennero prima vietate e poi represse con violenza.
Da parte italiana la colonizzazione non fu meno feroce e brutale. Il
fascista Ettore Tolomei, definito da Gaetano Salvemini «l’uomo che
escogitò gli strumenti più raffinati per tormentare le minoranze
nazionali in Italia», gettò le basi politiche e ideologiche per la
creazione della regione Trentino Alto Adige, scatenando l’irredentismo
sudtirolese. La data che fa da spartiacque di questa colonizzazione è
il 10 ottobre 1920, quando l’annessione del Trentino e dell’Alto Adige
al regno d’Italia venne sancita in sede diplomatica. La violenza e la
determinazione con cui fu attuata l’italianizzazione, può essere
evidenziata con un solo dato: in soli due anni, gli italiani residenti
nelle valli sudtirolesi quintuplicarono, passando da 8.000 a 37.000. La
tesi ufficiale che diede inizio, il 29 settembre 1923 alla
nazionalizzazione tricolore, fu che «la maggior parte della popolazione
del Tirolo meridionale è costituita da latini, i quali hanno
dimenticato la loro origine e sono diventati tedeschi. Bisogna quindi
“recuperarli” riscoprendo il “sostrato” latino più antico e genuino per
ogni nome locale tedesco e ladino”. Brixen divenne Bressanone, La Ila
si trasformò in La Villa, Cianacei in Canazei, Gherdeina in Gardena…
Per i ladini non fu il primo “lavacro dei cognomi”, dato che già dal
1700, sotto il dominio tedesco e asburgico, molte famiglie furono
costrette ad adottare cognomi tedeschi. Qualche esempio? Zanon in
Senoner, Ruac in Rubatscher, Murena in Moroder (Giorgio Moroder, il
famoso compositore di musica per film è ladino di Ortisei). Ma il
fascismo, con l’intento di debellare ogni forma di ribellione politica
e culturale, attuò una ben più profonda cesura: la tripartizione della
comunità ladina prendendo spunto dalla precedente divisione napoleonica
del 1810. Tra il 1923 e il 1927 i ladini vennero divisi in tre
province: l’Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia passarono alla
provincia di Belluno, la Val di Fassa a quella di Trento e la Val Badia
e Gardena a quella di Bolzano. Una disgregazione dittatoriale che dura
tuttora e nell’estate scorsa i comuni cadorini di Cortina, Livinallongo
e Colle Santa Lucia hanno tentato di annullare chiedendo l’unione con
la provincia di Trento. Quella fascista non fu solo una mossa
amministrativa, ma un tentativo, in parte perfettamente riuscito, di
dividere politicamente l’identità ladina. Ancora nel 1939, con
l’accordo italo-tedesco sull’opzione, si lasciò ai sudtirolesi la
possibilità di scegliere tra restare in Sud Tirolo diventando italiani
a tutti gli effetti, o emigrare nella Germania nazista. Per i ladini,
la cui identità è differente sia da quella tedesca che da quella
italiana, non venne concessa una terza opzione: o si era Dableiber,
sudtirolesi italiani fascisti o Auswanderer, sudtirolesi tedeschi
nazisti. Neppure la fine della Seconda Guerra Mondiale, con l’appoggio
di Stati Uniti e Francia all’autodeterminazione tirolese e, in separata
sede, anche a quella ladina per creare una potenziale nazione che
avrebbe dovuto fungere da stato cuscinetto tra Italia e Germania, fu
liberatoria per il popolo ladino. In questo caso fu Alcide De Gasperi a
vanificare tutte le speranze di autodeterminazione. Con il pugno di
ferro ritirò le promesse fatte a Parigi di un’autonomia ladina e, anzi,
suggellò definitivamente lo status quo fascista: tripartizione e
istituzione della regione Trentino Alto Adige. Secondo De Gasperi il
movimento politico ladino, Zent Ladina, fondato nel 1946 al passo
Gardena con l’obiettivo di riunificare le cinque vallate ladine, era
un’accozzaglia di «austricanti». I mezzi per sconfiggere questa
“marmaglia” antiitaliana furono subdoli e infidi: le Olimpiadi
Invernali del 1956 a Cortina servirono da pretesto a Roma per ridurre
del 40% la presenza ladina sul territorio favorendo l’immigrazione di
italiani. E se i sudtirolesi di lingua tedesca reagirono alla
colonizzazione italiana dando vita ad un movimento separatista, i
ladini scelsero la strada della politica, con la fondazione dell’Union
Generala di Ladins dla Dolomites e del Movimento Politico Ladino. La
risposta italiana non si fece attendere. Sul fronte religioso, nel
dicembre 1964 Livinallongo, Colle Santa Lucia e Ampezzo vennero
staccate dalle diocesi di Bressanone; su quello politico Roma, per non
aprire un terzo fronte in Sud Tirolo, lasciò che a giocare la questione
ladina fosse la Sud Tiroler Volkspartei. La mossa fu azzeccata, tanto è
vero che il gruppo tedesco ancora oggi soggioga quello ladino
escludendolo da ogni decisione politica. «Se voi avete Berlusconi, noi
abbiamo la SVP» mi dice Giovanni Mischi, Presidente del Movimento
Ladins. «Subiamo forti repressioni derivanti dagli accordi tra la
vecchia DC e il SVP e che vengono mantenuti ancora oggi. Non abbiamo
potere decisionale.»
«Il movimento Ladins in Val Gardena e Val
Badia ha retto per 10 anni» spiega Hilda Pizzinini, «poi la pressione
dell’SVP ha schiacciato il partito ed ora, nonostante i Ladini
rappresentino demograficamente il 4,8% della popolazione sudtirolese,
abbiamo solo un rappresentante in provincia. E la gente si chiede quale
contributo può dare alla causa ladina».
Neppure l’indotto
economico che le valli ladine garantiscono alla regione Trentino Alto
Adige, di gran lunga superiore al loro peso demografico, è riuscito a
dare una svolta alla politica regionale. «Noi ladini non siamo riusciti
a metterci d’accordo e questo è uno dei motivi per cui noi non contiamo
nulla a livello amministrativo provinciale e regionale» lamenta Leander
Mordoer. «Val Badia e Val Gardena, anziché creare un comprensorio unico
ladino, hanno preferito aggregarsi a due entità economiche diverse:
quelle dello Sciliar e della Pusteria». Come spesso avviene, il
successo economico, se da una parte ha giocato un ruolo positivo nel
limitare l’emigrazione verso i centri più sviluppati, dall’altro ha
sradicato la cultura. Dagli anni Settanta la cementificazione ha
imperato, snaturando (in senso letterale) la regione, in particolare la
Val Gardena, la Val di Fassa e l’Ampezzano. Non occorre essere un
ambientalista per inorridire di fronte agli enormi complessi
alberghieri costruiti per soddisfare le esigenze di un turismo d’elite
che una classe speculativa formata da amministratori e impresari ha
voluto trascinare in queste valli. Un turismo d’elite che nulla ha a
che fare con la cultura contadina che per secoli ha abitato masi e
villaggi. Un turismo d’elite che ben poco conosce della cultura che li
ospita e che, quando parla di cavalli, il pensiero viene rivolto allo
stilista e non ai quadrupedi che un tempo popolavano le verdi vallate
ladine.
di Piergiorgio Pescali
fonte: http://www.suedtirol.info
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